Sanità territoriale in stallo: le cure primarie restano ai margini del cambiamento

Il potenziamento della sanità territoriale arranca con forti disuguaglianze regionali e all’interno della stessa regione. I disegni di rafforzamento delle cure territoriali permangono teorici, con forti disparità nell’offerta e nella qualità. Si registra un forte ritardo, nonostante i larghi finanziamenti ottenuti, in particolare nel passaggio al digitale. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, pilastro del sistema, non è implementato per inerzia regionale. Sui documenti previsti nel fascicolo, nessuna regione ne ha la disponibilità effettiva, con scarso coinvolgimento degli attori del sistema; scarso è anche il coinvolgimento dei medici di cure primarie, inesistente il profilo sanitario sintetico.

Già la Legge Balduzzi del 2012 indica le direttive e traccia il potenziamento delle cure primarie e del territorio. Ne è passato di tempo, ma in Sicilia l’AIR (Accordo Integrativo Regionale), che indica gli obiettivi di salute tramite le Aggregazioni Funzionali Territoriali e le Unità Complesse di Cure Primarie, non è ancora concordato con gli attori del Servizio Sanitario Regionale. Dopo tanti anni di attesa del potenziamento del territorio, permane bloccato lo strumento del cambiamento per volontà regionale. La Legge Balduzzi, il DM 77/22, l’ACN 2019-2021, in linea con il potenziamento territoriale, restano ancora ai nastri di partenza nonostante la condivisione degli attori convenzionati del Servizio Sanitario.

La promozione della salute, la prevenzione delle malattie, la diagnosi precoce – realizzabili con la nuova organizzazione – restano non praticabili per ostacoli creati ad arte, non condivisibili e non utili alle nostre comunità. Il modello attivo di gestione dei malati con la medicina di iniziativa personalizzata, il diritto alle cure, l’equo accesso possono aspettare. Viene fuori invece, dopo sterili e dannose strategie comunicative interessate, che per realizzare la nuova organizzazione il medico del ruolo unico convenzionato debba invece essere dipendente. La ragione di tale sterile e strumentale posizione evidentemente non può che nascondere altri interessi che nulla hanno a che vedere con le persone, che – ricordo – vogliono fortemente il loro medico di famiglia, il loro consolidato rapporto di fiducia, il loro riferimento personale per la tutela della salute.

Non si migliorano né si eliminano le criticità delle cure territoriali, ma si vuole eliminare alla base il medico di cure primarie, senza curarsi della storia dell’assistenza primaria, unico riferimento stabile del cittadino nonostante gli anni di depotenziamento del sistema sanitario pubblico. Via in un attimo il rapporto individuale di fiducia, il rapporto empatico, il ruolo consolidato negli anni, la storia della medicina generale nel territorio, nei comuni distanti dalle risorse necessarie alla salute dei cittadini.

La dipendenza risolverebbe – per certa politica – le criticità eliminando un medico di famiglia autonomo professionalmente, non più convenzionato e quindi soggetto all’influenza diretta del decisore politico. Sarà la fine della medicina convenzionata, nell’interesse prevalente delle nostre comunità pur nel rispetto di regole scritte e verificabili. Credo che la politica debba riflettere sulla fine dichiarata del professionista più amato dagli italiani.

Pare che interessi di più tenere al giogo il medico di assistenza primaria o privatizzare anche le cure primarie, piuttosto che dare un riferimento certo al cittadino nel territorio.

Domenico Grimaldi
Docente di Medicina di Famiglia, Università di Catania

CONDIVIDI

Articoli simili